Degli artisti di Grotta dei Cervi ci rimane l’Arte, ovvero la rarità del loro pensiero sacro
nato nelle lunghe notti cavernicole, ma poco più di niente dei corpi, dei volti, delle acconciature o
del villaggio ove conducevano una vita normale alla luce del sole. Con le pitture parietali eseguite nel
tempio sotterraneo hanno reso quasi eterne le loro visioni impossibili da spiegare. Le dipinsero col
guano, l’escremento fossile dei pipistrelli, fatto di un colore bruno-nero che ha appiattito l’iridescenza
dei colori visti con i loro occhi. Ma erano ossessionati da quella sostanza e da un suo potere a noi
oscuro. Oggi possiamo solo immaginarli durante le misteriose sedute artistiche, ispirati dalle tenebre
della Madre Terra, colei che elargiva lo straordinario fertilizzante, mentre vedevano materializzarsi
miti, spiriti e forme astratte che in questo libro chiameremo fosfeni. Quelle che vedevano erano
creature vere di un universo parallelo e mai frutto di processi neurologici. La cultura dei Badischiani,
lo vedremo, era intrisa di mito, psichedelia e di un cervo magico da inseguire in un mondo altro abitato
da fosfeni ierofanti.
Di seguito sarà spiegato che i fosfeni, e quindi l’arte entoptica, sono nel repertorio decorativo
di molte culture preistoriche e non solo nella grotta pugliese. Li abbiamo individuati a Grotta la
Pileta del Paleolitico finale in Spagna, e nelle fantasiose decorazioni dei Dauni dell’Italia dell’Età
del Ferro, ma altre astrazioni nel mondo potrebbero avere la stessa eziologia. Il fenomeno è molto
vasto e Grotta dei Cervi propone elementi decisivi per rivedere l’arte astratta preistorica, ponendola
nella prospettiva di una spiegazione psichedelica. Attualmente le ricerche archeologiche in tal senso
avanzano specialmente in America, Africa, Australia, paesi dove la pratica degli Stati Modificati di
Coscienza o l’uso di droghe come coadiuvanti permeano l’arte e l’artigianato delle locali culture
aborigene, ieri come oggi. Ma in Europa tardano a decollare, malgrado la comparsa dei primi articoli
già negli anni settanta di autori come: Wellman che scrisse dei fosfeni di Chumasch per il BCSP di
Valcamonica; Bednarik che negli anni Ottanta parlava di arte entoptica per i segni digitali paleolitici e
dell’arte aborigena australiana; o Samorini che individuava una grafica metamorfica causata da droghe
nell’arte rupestre del Sahara paleolitico. E soprattutto gli studi di Lewis-Williams che con Dowson ha
trattato del megalitismo bretone, dell’arte sciamanica dei San del Sud Africa e, insieme a Clottes, delle
grotte franco-cantabriche come luoghi ideali per raggiungere la trance e ricevere visioni. Nonostante
queste intuizioni l’arte di Grotta dei Cervi non è mai stata collegata alla psichedelia. Paolo Graziosi,
il solo ad averla analizzata a lungo, parlò di figure di origine emblematico-astratta (i nostri fosfogeni) e
usò, involontariamente, una nomenclatura vicina a quella fosfenica di Max Knoll, ma non si spinse
oltre l’analisi strutturale. Viene da sé che a quasi quarant’anni dalla scoperta le pitture di Porto Badisco
appaiono ancora un rebus indecifrato e il volume di Graziosi resta il solo trattato, prima di questo. [...]